smart couching

Smart working ? Chiamatelo Smart Couching

Cercare di vedere il bicchiere mezzo pieno, nel disastro causato dall’isteria collettiva legata al ‘’Coronavirus’’ trovando benefici nell’adozione improvvisa (ed improvvida) di soluzioni definite ‘’Smart Working’’ da parte di molte aziende, è nocivo quanto le misure adottate sino ad ora per il contrasto dell’epidemia stessa. 

Cerchiamo di mettere le cose in ordine e chiamarle con il loro nome: lo smart working è innanzitutto un modello di lavoro attuabile grazie all’utilizzo delle nuove tecnologie e l’implementazione di quelle esistenti, finalizzato al miglioramento sia delle prestazioni che della soddisfazione ottenute nell’ambito professionale. E’ anche conosciuto come ‘’lavoro agile” ed è definito all’interno dell’ordinamento italiano come: << .. modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell’attività lavorativa >> all’interno della LEGGE 22 Maggio 2017, n. 81 .

https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2017/06/13/17G00096/sg .

Nello spirito della definizione letterale ed originale, lo smart working si prefigge l’obiettivo di garantire al lavoratore di passare meno tempo a svolgere la stessa quantità di lavoro rispetto al metodo tradizionale, più impattante sulla qualità della vita in ambito quotidiano.

Si presuppone quindi che un lavoro delocalizzato, esercitato quindi in un ambiente diverso dai tradizionali luoghi demandati ed allocati dalle aziende (e presso le stesse) alla gestione delle attività professionali, che vedono i lavoratori migrare come anatre a Novembre ogni mattina dal lunedì al venerdì verso un punto di aggregazione definito, produca effetti positivi sulle performance aziendali grazie ad una serie di agevolazioni concesse in beneficio al lavoratore.

Secondo uno studio promosso da una società di lavoro surrogato, il 90,8% delle persone intervistate vorrebbe poter lavorare fuori dall’ufficio; tra gli spazi preferiti per farlo, in testa è l’ambiente domestico (64,2%), seguito da spazi di coworking (47,6%) o da qualsiasi luogo vicino a casa (41,3%).

Ma lavorare da casa non è fare smart working. Non senza la formazione e gli strumenti idonei.

Se, da un lato, la flessibilità tipica del lavoro agile implica la libertà del lavoratore di conciliare vita e lavoro, dall’altro, determinare obiettivi periodici o fasi di lavoro precise, implica assunzione di responsabilità del lavoratore medesimo in accordo con i parametri impostati dall’azienda.

E’ inoltre necessario che l’azienda in primis provveda a rimodulare l’organizzazione delle attività lavorative, che comporta il passaggio a una determinazione per fasi, cicli e responsabilità, non più basata esclusivamente sulle ore trascorse su luogo di lavoro ma sulla efficientazione delle stesse. 

Risulta fondamentale ed imprescindibile la capacità del datore di lavoro di dotarsi degli strumenti idonei ad accertare la produttività del proprio dipendente, determinare un cambiamento nell’approccio delle valutazioni delle performance e della qualità della produzione dello stesso.

La chiave per il successo dello smart working sarà l’efficacia della formazione al dipendente per il passaggio ad un modello imprenditoriale, all’interno delle proprie attività di lavoro subordinato.

Ed il passaggio, se avvenisse, sarebbe, questo sì, epocale. 

Si passa da un tipo formale di controllo, diretto e legato alla conformità con il programma di lavoro e la normale diligenza nell’esercizio delle funzioni, ad un controllo basato sul merito, libero da programmi e regolamenti aziendali, ma volto a verificare l’effettivo raggiungimento di i risultati.

Una maggiore fiducia conferita al lavoratore, quale elemento essenziale del lavoro intelligente, va quindi di pari passo con la responsabilità basata sulle performance, portando a una maggiore competitività e produttività dell’azienda.

E quindi, in sintesi, basandoci sulle caratteristiche sopra descritte possiamo affermare che l’emergenza portata dalla sindrome influenzale ”cinese” ha portato ad una presa di coscienza dei benefici dello smart working o sta regalando a molti un ferragosto anticipato e prolungato ?

 
 

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